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Archivio di settembre 2008

A volte basta una spinta per accorgersi di saper volare.

A volte basta una spinta per accorgersi di saper volare, siamo troppo abituati a guardare la terra e i nostri piedi e non siamo più capaci di perderci nel cielo.
Gabbiani con le ali rattrappite, fenici incapaci di rinascere dalle ceneri.
Abbiamo perso l’abitudine al volo, anche col pensiero, ci si stanno rattrappendo le ali e le idee.Viviamo senza sapere più rischiare, osare, sfidare, lanciarsi, scoprire.
Non sappiamo più nemmeno guardare le stelle e cercare la nostra stella polare che ci possa indicare la via.
Restiamo con le chiappe appoggiate al terreno e siamo anche capaci di lamentarci che e’ freddo.
Ammiriamo e additiamo chi anche solo per poco prova a spingersi oltre, a sollevarsi; anche solo chi e’ in piedi ci pare un gigante.
Strisciamo come vermi alla ricerca di umidità, evitando la luce del sole.
Non ho piu’ voglia di fare parte di questo mondo sociale, non mi sento piu’ conforme.
Voglio aprire ancora le mie ali, perdermi nelle correnti e sentirmi ancora Jonathan Livingston perdendomi nell’infinito tra cielo e mare, voglio ancora emozionarmi per una rosa e lasciare il ricordo del colore del grano a qualcuno, voglio trovare di nuovo la mia fanta imperatrice e darle il nome che serbo nel cuore, voglio ancora inseguire una tartaruga e recuperare il mio tempo, voglio abbandonare il paese dei balocchi e staccare i fili che fanno muovere questi miei arti di legno, nuotare nella terra e camminare sulle acque, passare attraverso i muri, buttare il cuore oltre l’ostacolo, innamorarmi di una principessa e sconfiggere il drago.
Spinto oltre il precipizio,
ho allargato le ali
e mi son accorto
di saper volare.
M’innalzo sopra le teste
di chi non alza gli occhi
a guardare,
restando chino,
perso nel  mondo materiale:
soldi, apparire, successo.
Depositerei su di loro
guano,
se non fosse sprecato.
Grazie a te,
viandante nella nebbia,
per quella spinta
anche se  e’ più lontano,
ora l’orizzonte ha trovato un nome:
esistere.

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…Amicizia?

Rimase intenta ad ascoltare le sue parole.

Seduta in riva al mare, faceva tesoro di ogni sillaba pronunciata.

Pensieri si accavallavano nella mente, un misto tra stupore, rabbia, gioia, rispetto e ammirazione.

“Una vita raccontata in cinque minuti” – le disse – che poi divennero ore.

Racconti di episodi lontani impressi nella mente. VIVI, presenti.

Attimi anche difficili, terribili, duri: morte, vita, rassegnazione, fallimento, forza, costanza, rinascita, accettazione, ricadute, riprese…

Un quadro a colori dietro una lastra grigia… sprazzi vivi in un contesto monocromatico.

Non riusciva a parlare, ogni parola sarebbe stata superflua, inutile.

Assaporava quell’attimo in cui il tempo sembrava essersi fermato e, come in un film, riusciva quasi ad essere protagonista condividendo quegli attimi non suoi, librandosi in volo con la fantasia.

Visse la sua rinascita, la sua “fenice”. Ne fu’ felice. Si ritrovo’ serena, si accorse di aver ricevuto tra le mani una parte della vita di un’altra persona e capi’ di aver condiviso parte dell’anima.
L’abbraccio’, un bacio in fronte, a voler ringraziare del dono. Poi in silenzio guardarono il tramonto, con la consapevolezza di aver posto alcuni mattoni per quella che potrebbe chiamarsi Amicizia.

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Figurina

Voglio smettere di essere una figurina. E’ finito il tempo delle racolte e degli scambi. Non sono un numero o una foto. SONO UNA PERSONA.
Una persona che vive, che sogna, che ha la propria vita e non quella immaginata dagli altri. Che crede fermamente in quello che fa e cerca di vivere di conseguenza.
Che a volte scommete su cose e persone e spesso perde.
Voglio smettere di essere una figurina, nelle mani degli altri. Io valgo di piu’.
Non sono diverso da quello che scrivo o da quello che dico. Capita di essere interpretato male ma fa parte del gioco. So chiedere scusa e accettare le scuse quando queste sono “sentite” e non “dovute”.
So sorridere, piagere, urlare, disperarmi, avere mal di testa e di stomaco.
So anche incazzarmi se mi sento tradito, ferito, preso per il ….(m)ulo.
So anche ingorare e dimenticare.
So anche perdonare se ne vale la pena e capisco che dall’altra parte c’e’ realmente voglia di ricominciare.
So anche chiedere perdono, se penso davvero di aver fatto male.
Voglio smettere di essere figurina, per non essere piu’ figura.

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Dicono del Libro Fotografie di Pensieri

Siamo sempre alla ricerca di un senso della vita, capire perché siamo al mondo, cosa dobbiamo fare, come dobbiamo comportarci. È l’interrogativo che ancora una volta si pone anche l’autore di queste poesie, queste “fotografie di pensieri”. Sono riflessioni sulla vita, la morte, le persone vicine e lontane, il quotidiano, quello che si cerca e quello che si trova. Sempre alla ricerca del nuovo se stesso, in costante mutazione. Tenta di affermare con le parole quello che gli brucia i pensieri, ma la definizione giusta sfugge sempre, perché le parole, per quanto precise restano imperfette per esprimere il tumulto interiore. La soluzione lui la trova negli affetti familiari, in quel che lui era ieri, bambino. L’infanzia assume i contorni di una terra mitica, in cui tutto era possibile e permesso. C’è questa voglia di liberarsi di incombenze e problemi, affidandosi all’inconsapevolezza dei primi anni di vita.

Parla di morte, senza paura, per poter affermare a gran voce la vita. Poi ancora la solitudine, il dialogo amoroso, il desiderio, la rabbia, la curiosità. Sbircia di soppiatto gli altri, o li guarda apertamente in faccia per cercare risposte ai suoi interrogativi. Racconta i suoi “frammenti di vita condivisa”.

Ogni pagina di poesia propone un diverso sguardo sulla realtà che ci circonda. Ci vuol far vedere il bicchiere mezzo pieno, ci invita a vivere intensamente e serenamente, godendo delle piccole meraviglie quotidiane.

Usa un linguaggio semplice, immagini quotidiane, niente giri arzigogolati ed esperienze stravaganti. I suoi testi sono lo specchio del vivere di una persona comune che potremmo incontrare per la strada, andando a far la spesa, in coda alla posta, sul treno.

Nell’ultima parte del libro si trova un assaggio di altre forme narrative: gli Haiku giapponesi e i racconti brevi. É un altro modo di usare le parole per ribadire gli stessi concetti. Gli Haiku esprimono in modo più schietto e diretto la meraviglia per il quotidiano, mentre i racconti continuano a porre, incessantemente, la domanda: cosa cerchiamo?

Una scrittura leggera che regala spunti per riflettere.

Recensione di Marta Lavagnoli, del “Writer’s Dream

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